In compagnia di don Claudio Girardi/5

È un duplice sentimento di gratitudine e rimpianto quello che mi accompagna nel ricordare don Claudio Girardi. Gratitudine per averlo potuto conoscere di persona da presidente diocesano, per aver potuto apprezzare il suo stile semplice e profondo, la sua capacità di entrare nella vita dell’Azione cattolica quasi in punta di piedi, ma di costruire fin da subito un bel legame, soprattutto nell’Acr. Ricordo, per esempio, di averlo riscontrato quando venni invitato dai responsabili di quel triennio, Mariaelena e Luca, a passare una serata con l’équipe diocesana. Arrivato da poco, si era inserito bene, lo si percepiva chiaramente.
Il rimpianto è non solo quello, quasi ovvio, di averlo avuto per così poco tempo tra noi, ma anche quello, di carattere personale, di aver vissuto in un modo particolare la sua malattia e la sua morte, comprensibilmente “distratto” da un momento molto importante della mia vita personale e familiare, quello dell’adozione di Sandra e Valentina in Colombia, assai travagliata dal punto di vista burocratico, la cui realizzazione di fatto coincise dal punto di vista temporale con la parabola della vita di don Claudio. Lo vidi per l’ultima volta a inizio agosto 2010, pochi giorni prima di partire per la Colombia, nella casa dei suoi genitori ad Albaredo. Speravo non fosse l’ultimo saluto, anche se lo temevo. Seppi della sua morte, avvenuta il giorno prima, il 29 settembre, appena atterrato a Venezia, al mio ritorno, non appena riacceso il telefonino dopo il lungo viaggio aereo.
Ma, riflettendo più a fondo, c’è un altro elemento che mi riporta indietro a quegli anni. Da un lato, come dicevo, don Claudio si era subito fatto apprezzare e voler bene, all’interno dell’associazione, della presidenza, dell’articolazione dei ragazzi. D’altro canto, si coglieva in lui, già nel breve periodo che precedette la malattia, che c’era “qualcos’altro”, un’eccedenza. Una tensione spirituale, che potremmo definire mistica e contemplativa, che in qualche modo il servizio in Ac, pur vissuto in pienezza, non poteva da solo soddisfare. Un cammino di enorme profondità, una ricchezza inestimabile, che avevamo magari intuito, sia nei primi tempi, sia dal modo di accettare e affrontare la malattia, ma non pienamente compreso. Sicuramente, non lo avevo compreso io. Anche qui, dunque, gratitudine e rimpianto si mescolano, ma a rimanere è soprattutto la gratitudine. Del resto, lo stesso vescovo Gianfranco Agostino Gardin ha scritto che la lettura dei suoi diari “ci lascia incantati e stupefatti”.
 “Questo amore mi fa vibrare come una corda di violino… mi fa gridare per l’incapacità di contenerlo”, scriveva a proposito dell’amore di Gesù. “Andare sempre più in profondità nel dono di me stesso. Andare oltre, entrare nel deserto, con Gesù solo. Spingermi avanti, nel vento di una fede sempre più forte, sempre più oscura, sempre più rischiosa, sempre più esigente”. Questo era il suo proposito. Fino al testamento spirituale, che – ricordo bene – leggemmo insieme, con commozione, in un incontro della Presidenza diocesana – nel quale scriveva tra l’altro: “Mio Dio, mi consacro a te senza riserve, mi offro a te senza misura, mi abbandono con immensa fiducia alla tua adorabile provvidenza”.  Un itinerario, personale, originale e profondo, spesso sofferto, quello percorso da don Claudio, che dieci anni dopo siamo chiamati a leggere e a rileggere. Perché ci porta all’essenziale della vita cristiana, e della vita della nostra associazione. E bene fa l’Ac diocesana a riproporre il suo ricorso e i suoi scritti.
Bruno Desidera
Presidente diocesano Ac 2008-2011